Le Variabili visive

Qualsiasi immagine, sia essa riferita al bidimensionale o al tridimensionale, sia essa reale, virtuale o mnemonica sembra essere costituita al massimo da non più di otto componenti o variabili visive. Detto altrimenti, ed è questo
il senso qui inteso, due cose sono valutate come tra loro diverse, per cui possiamo dire che sono due, per una o al massimo per otto loro reciproche differenze visive.

Quattro di codeste variabili (variabili di immagine) hanno il compito di fare emergere le cose dal loro fondo o supporto.
Le altre quattro (variabili di separazione) hanno invece la funzione di separarne le componenti.
Le variabili di immagine dominano le variabili di separazione facendole emergere o dissolvere nel loro supporto: il piano o lo spazio.
Così, ad esempio, la variabile “dimensione” può attenuare prima e distruggere poi la variabile “tinta”, la variabile “forma”, la variabile textura.

La dizione “variabili visive” ed il loro trattamento è dovuto a Jaques Bertin, nel suo testo “Semiologie Graphique”, (1967).
Parimenti da citare, in proposito, è la ricerca di Luciano Perondi, “Sinsemie, scritture nello spazio”, (2012).
Volendo includere nel sistema anche il tridimensionale, è stata qui aggiunta la variabile “sostanza” o “materia” con le sue tre attitudini: riflessione, assorbimento, trasmissione.

Il sistema delle variabili visive

A ciascuna delle otto variabili visive vengono qui assegnati tre parametri o attributi che ne contrassegnano la dimensione o la valenza.
Naturalmente i parametri possono essere anche altri ed in numero superiore a tre. Come rileva ancora
J. Bertin, ciascuna variabile presenta, per sua propria natura, capacità “selettive” e/o “associative” e/o “ordinative” e/o “quantitative”.
Il “valore” (la chiarezza), ad esempio: è ordinativa nel senso che agevola spontaneamente la messa in ordine di una sequenza di grigi (valori), compresa tra il bianco e il nero,
è selettiva (separa i più scuri dai più chiari),
è associativa (mette insieme cose della stessa chiarezza);
i colori (le tinte) sono associative e selettive mentre la forma
è solamente associativa.

Rete e diagramma delle comunicazioni tra le 4 + 4 = 8
variabili visive trivarianti e numero delle variabili in ciascun nodo

La Dimensione

Il Valore

La sostanza

In relazione alla variabile “dimensione” o “grandezza” gli oggetti possno essere suddivisi in tre gruppi (Abraham A. Moles):
1. Oggetti mini: trattabili con le dita o con la mano: bottoni, pulsanti, penne, posate,
2. Oggetti medi: trattabili con le braccia: sedie, tavoli, porte, computer, arredi,
3. Oggetti macro: quelli in cui si può entrare: armadi, cabine, aule, automobili, case, vestiti;
sono oggetti che presentano un interno, un esterno, soglie e connessioni.
All’inizio delle dimensioni stanno i cinque minimi:
• minimo visibile,
• minimo separabile,
• minimo di allineamento,
• minimo di accrescimento,
• minimo di movimento.

Il Valore
Il valore indica il grado di chiarezza di un oggetto o di una superficie riferita, per eguagliamento, ad una scala continua di grigi compresa tra i due estremi:
il bianco ed il nero.

E’ la variabile visiva più significativa come dimostra anche
la sua compresenza in tutte le altre variabili.
Dal confronto tra le varie chiarezze derivano i fenomeni di “contrasto” e con esso problemi quali
il “positivo – negativo”,
il rapporto “figura – sfondo” la visibilità, la leggibilità,
la comunicazione, l’ergonomia visiva, l’ottica fisiologica, …
E’ anche da richiamare la differenza tra “chiarezza” e “luminosità”:
la prima riguarda i corpi riflettenti, la seconda le sorgenti radianti.

Le Sostanze
Le interazioni ottiche tra la materia e la luce in essa incidente,
a seconda dei materiali interessati, sono essenzialmente di tre ordini:
1. riflessione (sempre presente),
2. Assorbimento (sempre presente),
3. Trasmissione (eventuale).

Se le interazioni sono non del tipo cosiddetto “totale” ma “selettivo” si ha generazione di colore.
Kurt Nassau nel suo “The phisics and chemistry of color” elenca, senza voler essere esaustivo,
15 cause materiali produttive di colore: cause a livello di molecole, di atomi, di elettroni.

La trasparenza totale (ideale) e la riflessione totale (speculare),

pur essendo tra loro complementari, rendono ambedue l’oggetto “invisibile”.

I tre modi di comportarsi della materia sollecitata dalla “luce”: riflessione, assorbimento, trasparenza, sono ancora quelli propri di ogni interazione: (re)azione, passione, neutralità.

Si vedano anche le forme verbali:

  • Attiva,
  • Passiva,

Riflessiva

La posizione
La posizione ha come suoi supporti la superficie e lo spazio.
Due cose, altrimenti tra loro uguali per tutte le altre variabili,
si distinguono perché occupano due punti distinti del campo visivo.
Fanno eccezione le post- immagini le quali, stante la stessa loro distanza dall’osservatore, mantengono la stessa posizione, ma l’una successivamente all’altra.
Lo spazio visivo, luogo delle posizioni, è stato raffigurato ed efficacemente descritto (A. Dubois, Poulsen, “Le champ Visuel”) come un’isola sperduta nel mezzo dell’oceano della non percezione.
L’altopiano centrale dell’isola è sormontato da un maestoso picco maculare che domina l’insieme del paesaggio: il picco della massima sensibilità colorata: la fovea.

Accanto al picco si trova il cratere vulcanico della non sensibilità che scende nelle profondità dell’isola: il punto cieco.
Il massimo sta accanto al minimo. Le curve di livello della sensibilità dell’isola (isottere) presentano una falesia scoscesa dalla parte nasale e una pendenza più dolce dalla parte temporale.

La direzione
Le direzioni primarie dello spazio ottico sono ancora quelle che orientano ogni altro tipo di spazio; alcuni esempi:
1. spazio antropocentrico, alto _ basso,
destra _ sinistra, davanti _ dietro.
2. Spazio etnologico: monte _ mare, casa _ fiume, sole _ terra.
3. Spazio cosmologico: zenit _ nadir,
est _ ovest, nord _ sud.
4. Spazio cromatico: bianco _ nero, rosso _ verde, giallo _ blu.

Per quanto riguarda il rapporto lar- ghezza ”lunghezza di
un segmento, perché
il suo orientamento sia agevolmente percepito, occorre che esso sia, come minimo, in rapporto di 1:4. (J. Bertin)
1. Gli angoli di direzione preferiti, per una più immediata loro discriminazione, sembrano essere quelli di
0° _ 30° – 60° – 90°
invece che di 45° .

Tutti i segni obliqui hanno tendenza a formare una famiglia rispetto ai segni verticali e orizzontali.

La Textura
È opportuno distinguere tra “grana” e “textura”: l’una (la grana) riguarda un’esperienza inter-sensoriale, tattile, visiva, sonora; l’altra
(la textura) è un’esperienza solamente visiva, non tangibile e che diviene tattile per sinestesia.
Il passaggio progressivo dalla forma alla textura, è funzione sia dell’illuminazione che della distanza di osservazione.
Come le altre variabili visive anche la grana e la textura presentano delle scale tattilo-visive progressive: dallo “speculare”, al lucido …
al ruvido, al rugoso.
Dal punto di vista percettivo la grana e la textura sono associative (similarità),
selettive (isolamento), ordinative (consecuzione). Grana e textura appartengono alle superfici e le loro proprietà, sono riassunte da quelle che J. Gibson chiama le nove “leggi ecologiche delle superfici”.

La Tinta
La tinta non è da confondersi con il colore di cui, assieme alla chiarezza e alla saturazione, è un parametro. Ogni tinta (rosso, giallo, verde, blu) è traducibile in un loro corrispondente valore (grigio) ma non viceversa. Mentre le diverse tinte, a parità di chiarezza e di saturazione, hanno
il compito di separare e di distinguere le cose, il valore ha il compito di tenere assieme le parti del campo visivo e di impedirne la disgregazione.
Le sezioni meridiane dei solidi cromatici variano in chiarezza e in saturazione, le sezioni parallele variano in tinta e saturazione; dunque è la saturazione, in quanto compresente in ambedue le sezioni, che coniuga tra loro tinte
e chiarezze.

Percettivamente le tinte sono associative e selettive ma non ordinative (se non parzialmente) e quantitative.
La selettività è massima per le tinte sature, ma debole, a parità di chiarezza, per le tinte desature.

La Forma
La forma, almeno nella nostra cultura, sembra essere la variabile visiva che conferisce la maggior consistenza e affidabilità agli oggetti rispetto, ad esempio, al colore.
Le sue variazioni sono “senza limiti” e la loro selezione è più facile per le forme figurative che per quelle geometriche (J. Bertin).
La forma ricorre in molte discipline e ha dato luogo ad una grande quantità di ricerche, tra le quali va citato il testo davvero notevole di Giuseppe Di Napoli, “I principi della forma: natura , percezione e arte”, Einaudi, 2011.

Nel già citato testo di Jorge Wágensberg vengono elencate le nove forme
che all’autore sembrano basilari nel mondo inerte, nel mondo vivo,
nel mondo colto:

1. La sfera _ protegge,
2. L’esagono _ pavimenta,
3. La spirale _ impacchetta,
4. L’elica _ cattura,
5. L’angolo _ penetra,
6. L’onda _ comunica,
7. La parabola _ emette e riceve,
8. La catenaria _ regge,
9. Il frattale _ colonizza.