Il processo visivo

Il processo visivo può essere ordinato in cinque momenti, ciascuno dei quali implementa (o è implementato) il momento successivo.

1.
Sorgente radiante,

2.
Oggetto illuminato,

3.
Osservatore standard,

4.
Contesto,

5.
Individuo.

I primi tre momenti (1.2.3.) sono dei fattori e potrebbero essere denotati come “dominatori”, nel senso che, qualora uno di essi non fosse presente, il risultato finale l’ esperienza visiva- sarebbe nulla.
I secondi due momenti (4.5.) potrebbero invece essere connotati come “modulatori”, nel senso che non mandano a zero l’esito finale, ma lo caratterizzano a seconda delle circostanze e-o delle specificità personali.

Le proprietà funzionali di questi cinque momenti indicano che i valori ed i relativi diagrammi dei primi tre, in quanto fattori, vanno moltiplicati tra loro mentre il quarto e quinto momento, in quanto addendi, vanno sommati alla precedente terna.

Come si può rilevare, man mano che il processo avanza diminuisce la dimensione “quantità” (il misurabile) ed aumenta la componente “qualità”
(il non misurabile).

Risulta quindi piuttosto impegnativo un buon progetto della luce il quale tenga culturalmente conto delle molteplici induzioni e interazioni compresenti lungo il processo visivo quantità, qualità, comfort.

1
La Sorgente
Sorgente di primo grado

La sorgente luminosa o, più propriamente, radiante segna l’incipit di tutto il susseguente processo visivo.
La sua configurazione ideale, al pari delle sorgenti sonore e di quelle termiche, appartiene alla geometria della sfera, con il suo centro (sorgente),
il suo raggio (distanza), la sua superficie (illuminamento) il suo volume (flusso).
Sono tutte definizioni metriche che rimandano alla sequenza geometrica:

Punto,

Retta,

Superficie,

Volume.

Si usa anche dire che la luce artificiale, rispetto a quella naturale, è
“subnormale” per la sua minore potenza confrontata con quella solare, ed è anormale perché statica, perché piuttosto invariante nel tempo, nello spazio, nel mezzo attraversato e, in genere, nella sua distribuzione spettrale, vale a dire nel suo colore.

In quanto principio attivo, la luce artificiale dovrebbe essere quanto più possibile “bianca” oppure monocro-matica; dovrebbe cioè possedere il più elevato indice di resa cromatica, oppure, se monocromatica, condurre il massimo di informazioni con il minimo di “rumore”.
A proposito di luce bianca è interes-sante riportare la considerazione fatta dal premio Nobel per la fisica
(2004) Frank Wilczek:
“Il bianco è da tempo il simbolo della purezza.
L’analisi scientifica, però racconta un’altra storia, quando un raggio di luce attraversa un prisma di vetro ne emerge un arcobaleno o, come si dice, uno spettro di colori paradossalmente, nonostante il suo simbolismo, considerato semplice-mente come luce, il bianco non è mai puro”.
Sono puri semmai i colori (le tinte monocromatiche) non la luce bianca, somma di “tutti” i colori, la quale, per poter suscitare ogni colore, non può avere alcun colore di suo.

Le sorgenti luminose, o meglio, radianti sono, essenzialmente, caratterizzate da due parametri: quantità e qualtà.

1.
La quantità denota la loro efficenza (Ef) ossia il raporto tra il flusso emesso (lumen) e l’energia assorbita (watt) per produrlo.
In sintesi: Ef=lm/W.
La massima efficenza, prossima a quel-lla teorica è di 683 lm/w; avvicinata solo da alcune sorgenti luminescenti (bioluminescenza) le quali risultano adeguate per informare ma non per illuminare essendo, se pur leggermen-te, colorate e di bassa intensità.

2.
La qualità è data dalla loro composi-zione spettrale e dalla loro tempe-ratura da colore, anche se questo parametro non è del tutto attendibi-le (metamerismo).

Poichè il nostro occhio si è evoluto stante l’illuminazione solare e quel-la diurna è normale che il comfort visivo ne segua le “naturali” variazioni di intensità, di spettro e di tempera-tura.
Così, alle basse intensità luminose ri-sulta confortevole una luce calda, alle elevate intensità una luce fredda; come si può rilevare anche analizzan-do il diagramma di Kruithof.

2.
L’Oggetto
Sorgente di secondo grado

L’oggetto materiale svolge il ruolo di mediatore tra la sorgente radiante e l’osservatore; l’oggetto si dispone rispetto alla sorgente (ricezione) e si propone rispetto all’osservatore
(riemissione-affordance).
L’oggetto-materia corrisponde alle sollecitazioni dell’energia luminosa
in tre modi primari:

  1. con la riflessione (sempre).
  2. con l’assorbimento (sempre),
  3. con la trasmissione (eventuale),

Con la trasmissione (trasparenza ide-ale) e la riflessione speculare (ideale) l’oggetto tenta di sottrarsi allo sguardo dell’osservatore.
Fra la totale trasparenza e la totale specularità la configurazione visiva dell’oggetto muta a seconda dell’incidenza dell’illuminazione e del punto di vista dell’osservatore;
resta stabile al tatto, diviene plastico alla vista.

Alcuni aspetti dello statuto degli oggetti:

  1. un oggetto è un oggetto,
  2. la natura è composta di oggetti,
  3. gli oggetti sono collocati nello spazio – tempo,
  4. gli oggetti sono “campi di forze”,
  5. i campi di forze sono gerarchizzati,
  6. le forze archetipe sono di repulsione, cattura, annientamento,
  7. gli oggetti non hanno fatto la loro comparsa tutti nello stesso tempo,
  8. gli oggetti, naturali e umani, sono costruiti a partire da sub-oggetti,
  9. l’oggetto è tanto meno stabile quanto più ricco è il numero di campi di forze che lo costituiscono,
  10. l’oggetto si sviluppa a partire da un punto “α” che prende il nome di centro organizzatore dell’oggetto,
  11. ogni oggetto possiede una doppia polarità.

(C.P. Bruter, tipologie et perception, 1974)

Note

A.
Ancora a proposito del bianco, delle tinte, della trasparenza dell’oggetto.
Il bianco compete agli oggetti e non alla radiazione (la luce non è bianca) e deve essere fatta una distinzione non fenomenica ma strutturale fra: il bianco dalla radiazione spettrale, il bianco dalle sintesi tricromatiche, il bianco dalle complementarietà additive,
il bianco, per rotazione, di opportune tinte (es. il cosiddetto disco di Newton o di Benham) e il bianco dello schermo di proiezione:
sono bianchi, questi, di costituzione diversa anche se, in apparenza, uguali tra loro. Gli oggetti colorati sono anche essi sorgenti, per cui nel momento in cui si progetta
un colore si progetta una sorgente radiante di materia, di energia,
di informazione.

B.
Poichè la dispersione spettrale di colori è prodotta, per rifrazione, da un prisma trasparente e, dato che duale della rifrazione è la riflessione, si può supporre e immaginare che ogni oggetto colorato sia generato da un antiprisma?
Oppure che l’intera dispersione dei colori per il mondo sia prodotta, per riflessione, da un immenso
e remoto antiprisma? Dispersione per rifrazione (prisma), dispersione per riflessione (antiprisma).

C.
Il fascino seduttivo dei mezzi trasparenti sta anche nel fatto che questi possiedono tutte e tre le virtù ottiche: non nascondono il retrostante, trattengono parte della luce, l’in-mezzo, rimandano l’antistante (intravedere, intuire, riflettere).
Una lastra di vetro è, nello stesso tempo, trasparente, se osservata più o meno perpendicolarmente, mentre diventa sempre più speculare man mano che aumenta, rispetto alla normale al vetro, l’angolo di osservazione.
In questo modo si può ottenere, per sovrapposizione, la mescolanza, ad esempio, di un colore posto aldilà del vetro (trasmissione),

con un colore posto al di qua del vetro (riflessione) più il tenue colore del vetro stesso (assorbimento); uno specchio del tutto singolare dove l’osservatore può ammirare una raffinata sintesi degli opposti, ma dove non può vedere … se stesso.

3.
L’Osservatore standard CIE

2.
La qualità è data dalla loro composi-zione spettrale e dalla loro tempe-ratura da colore, anche se questo parametro non è del tutto attendibi-le (metamerismo).

Poichè il nostro occhio si è evoluto stante l’illuminazione solare e quel-la diurna è normale che il comfort visivo ne segua le “naturali” variazioni di intensità, di spettro e di tempera-tura.
Così, alle basse intensità luminose ri-sulta confortevole una luce calda, alle elevate intensità una luce fredda; come si può rilevare anche analizzan-do il diagramma di Kruithof.

Nella scienza del colore si prendono in considerazione tre tipologie di
“osservatori” (Mauro Boscarol):
1.
osservatori reali: descrizione visiva non numerica dei colori,
2.
sensori di strumenti e fotocame-re: descrizione numerica secondo i parametri “RGB”,
3.
osservatore standard CIE, descrizio-ne della sensazione di colore mediante i valori tristimolo
“XYZ” e “X’ Y’ Z’”.
L’osservatore standard CIE è costituito da un occhio umano immaginario in quanto le sue risposte risultano dalla media delle risposte da parte di occhi, privi di difetti cromatici, stimolati
con lunghezze d’onda comprese tra circa 380nm e 760nm.

Il diagramma delle risposte presenta un andamento a campana, indice della sua natura statistica.
Tale curva ha come punto di riferimento “ λ “ 555nm
(fatto =1) dove massima è la sensibilità dell’occhio in luce diurna (fotopica).
Considerata la ricorrente presenza del numero ”3” nelle teorie del colore può essere significativo riportare, anche per soli titoli, i paragrafi relativi all’argomento trattati da P. J. Bouma, già del laboratorio di fi-sica della Philips (Eindhoven) nel suo “Les Couleurs et leur perception visuelle, (1949) :
il numero fondamentale “3” nel problema dei colori;
conferma sperimentale del ruolo del numero “3”;
confronto dell’insieme dei colori con altri insiemi a “3” dimensioni;
il significato fisiologico del
numero “3”.

4
Il Contesto

Il quarto stadio del processo visivo è costituito dal “contesto” le cui caratteristiche sono in grado di influenzare non già la rilevazione ma la percezione delle cose.
Il contesto non è un fattore ma un addendo per cui non manda a zero il processo visivo ma altera, più o meno, l’apparenza delle cose osservate.
Le variabili del contesto sono essenzialmente di tre tipi:

  1. Spaziali,
  2. Temporali,
  3. Culturali,

 

1.
Contesto spaziale:

  • piccolo – grande,
  • separazione – tangenza – inclusione,
  • figura – sfondo,
  • induzione – interazione,
  • contrasto – eguagliamento,
  • positivo – negativo,
  • campimetria – isottere,
  • riflessione – trasmissione,
  • minimi spaziali

2.
Contesto temporale:

  • Durevole – immediato,
  • pre – post immagine,
  • mobile – immobile,
  • adattamento,
  • affaticamento,
  • divisione –
  • minimi temporali

 

3.
Contesto culturale:

  • tradizione,
  • linguaggio,
  • paesaggio,
  • storia,
  • antropologia,
  • informazione,
  • etologia,
  • connessioni,
  • costumi,
  • geografia
  • Minimi differenziali
  • semantici

Nel suo stadio finale il processo percettivo _ conoscitivo diventa individuale ed assume tutte
le specificità proprie del singolo osservatore reale.
A questo livello l’originale “lumen” diventa “lux” con tutto l’insieme semantico che il termine “luce” coinvolge. (Vasco Ronchi)
L’esperienza visiva, quando diventi individuale, si accresce di ulteriori singolarità, in aggiunta alle già de- scritte incertitudini del “contesto”.
Sono coefficienti individuali:

  • l’ età,
  • il sesso,
  • l’ereditarietà,
  • la cultura,
  • il visus,
  • la salute,
  • la professione,
  • le abitudini,
  • la motivazione

Pentagono – Pentagramma /1

In geometria due poligoni o due poliedri tra loro congruenti si dicono complementari o meglio completivi
(F. Accame, “Le metafore della complementarietà”, 2006) se i vertici collegati nell’ uno non lo sono nell’altro. Il triangolo e completivo con se stesso come con loro stessi lo sono
il tetraedro, la circonferenza e la sfera. Il quadrato è completivo con le
sue diagonali e il pentagono convesso con il suo pentagramma o pentalfa o pentagono intrecciato. Pentagono e pentagramma sono tra loro sinergici. Figure geometriche tra loro complementari sono sinergiche.

I tre fattori e i due addendi della sequenza: _sorgente, oggetto, osservatore CIE, contesto, individuo_ danno luogo ad
un pentagono che può essere letto come un poligono convesso
(la scala) oppure come
un pentagramma dove i cinque componenti sono tutti tra loro interattivi (la mappa).

Pentagono – Pentagramma /2

Rimanendo ancora per un momento nei dintorni del pentagono e del suo pentagramma, è interessante
rilevare che una delle loro costruzioni parte dallo stesso trivariante diagramma di Venn con il quale si suole rappresentare, nel sistema dei colori,
il formarsi e il disfarsi sia delle sintesi additive che di quelle sottrattive.
Un diagramma già storicamente preceduto dal disegno della
“vesica piscis”: una figura spesso ricorrente nel simbolismo e
nelle geometrie della √2 e della √3 .

Si può ulteriormente sottolineare che la stessa precedente costruzione genera sia il triangolo equilatero con il suo doppio, sia il quadrato,
il pentagono e l’esagono con i loro doppi; da qui lo storico triangolo pitagorico:
3 - 4 - 5.
La tetraktys, come l’ordinamento dei colori, in sintesi, riassumono l’intero processo generativo:
1 - 2 - 3 - 4 - 5
che si completa nel 6, ovvero nel poligono più prossimo
alla circonferenza, alla totalità.